Il bambino si fa la pipì addosso e le insegnanti, rimaste senza cambio, lo vestono con abiti rosa. La rabbia della mamma che urla alla vergogna.

«Maestre vergogna, avete vestito mio figlio di rosa»

«Vi ringrazio per i pantaloni rosa e le mutandine che avete imprestato al bambino, dopo aver esaurito la scorta. Però le norme sociali non le abbiamo fatte noi. Lo preferivamo pisciato (sic), che sappiamo asciuga, a vestito da femmina e con le idee sull’identità di genere in conflitto». La situazione, nelle scuole di Chivasso, a quanto pare sta decisamente sfuggendo di mano. In redazione arriva la prima mail (e poi telefonate e messaggi su Facebook e WhatsApp) su quanto avvenuto all’interno della scuola dell’infanzia «Peter Pan» di via Paleologi, uno dei fiori all’occhiello della città, affidata a insegnanti di provata esperienza. Il testo tra virgolette è quello scritto con bella calligrafia su un foglio di carta verde, ed è stato consegnato alle mastre da una giovane mamma il cui figlio frequenta, appunto, la struttura.

Le parole della mamma

«Secondo il mio personalissimo punto di vista – scrive la mamma che per prima ha sollevato la questione – questo messaggio va ben oltre la semplice polemica o critica che una mamma pignola oppure ansiosa può rivolgere ad un’insegnante. In un’epoca in cui si parla di parità di genere, di femminicidio, di abusi sulle donne e di sessismo, credo che una questione come questa non vada gestita solo nelle quattro mura dell’asilo, ma che sia degna di nota e di denuncia sociale».

Sì, ma cosa è successo?

Stando alle informazioni raccolte, venerdì 7 dicembre un bambino (il figlio della donna che ha scritto di proprio pugno il biglietto incriminato) si fa la pipì addosso. Capita. Una, due, tre volte, fino a quando le insegnanti esauriscono il (poco) ricambio fornito dalla famiglia. Non potendolo lasciare bagnato, si affidano al baule delle «emergenze», quello in cui vengono conservati i vestiti (ovviamente puliti) utilizzati in caso di necessità. Da quel che si apprende le maestre avrebbero anche chiamato la famiglia, segnalando il problema, ma nessuno si sarebbe poi presentato con i vestiti asciutti. A questo punto servono pantaloni, e della taglia del bimbo c’è un solo paio disponibile. Fucsia. Poco male, pensano le maestre, tanto è solo questione di poche ore. Tutto tranquillo fino a lunedì quando, alla ripresa delle lezioni, la mamma si presenta con il foglietto con cui contesta chiaramente l’operato delle insegnanti. Come se, anzi, ne è proprio convinta, un paio di pantaloni fucsia potessero minare l’identità sessuale del bimbo.

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Dall’Istituto invece…

Le maestre, dal canto loro, si limitano a rimarcare come «Sia sempre più difficile avere a che fare con certi genitori, preoccupati solo ad accontentare i figli e a cercare capri espiatori nella scuola o nella società. Non possiamo riprenderli, sgridarli, non possiamo più aprire bocca. Quel bambino si fa spesso la pipì addosso, dovremmo lascialo bagnato? Dovesse mai capitare, siamo certe che la mamma ci accuserebbe di non seguire a dovere suo figlio. Non si rispettano le regole, vediamo sempre e solo polemiche e critiche che minano la serenità della classe. Noi abbiamo a cuore i bambini, il nostro solo interesse è la loro crescita psicofisica. I bambini sono il futuro, e questo dovrebbero capirlo anche certi genitori».
Sulla stessa lunghezza d’onda delle maestre, il preside Angelantonio Magarelli: «Se non rigettiamo questo tipo di pensieri, non possiamo che alimentare idee distorte legate al modo di vestire o pensare».

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