Ancora ‘ndrangheta, ancora quel cancro che dalla Calabria ha esteso le proprie metastasi in ogni angolo del pianeta. Di non essere immuni l’abbiamo scoperto con «Minotauro», nel 2011, ce l’hanno ricordato con «Colpo di Coda» (un anno dopo) e con «Alto Piemonte» (luglio 2016), e ora è «Iris» a farci capire che abbassare la guardia è stato un errore.

‘Ndrangheta

Migliaia e migliaia di pagine, scritte dalla Procura della Repubblica di Palmi e di Reggio Calabria, che contengono anche riferimenti alla nostra città, in cui operava una diramazione della cosca Alvaro di Sinopoli (imperante anche su Santa Eufemia di Aspromonte, Cosoleto, Villa San Giovanni e Delianuova) guidata dal commerciante di frutta e verdura (e alimentari tipici) Domenico Alvaro, nato a Palmi il 25 agosto del 1977, già con casa a Brandizzo e ora domiciliato a Chivasso (dove è cresciuto) in via Tellini. Un volto, il suo, conosciutissimo in città, ennesimo segnale della pericolosità della «’ndrangheta della porta accanto»: non ci sono più i mafiosi con coppola e lupara, ma rampolli dalla faccia pulita che si fanno largo nel tessuto societario che vogliono conquistare.

Operazione Iris

Un’operazione, la «Iris», rimasta stranamente «confinata» in Calabria, ma che esplode ora in tutta la sua drammatica importanza grazie a una sentenza della Corte di Cassazione. I dettagli, decisamente inquietanti, emergono infatti dal ricorso presentato da Domenico Alvaro contro l’ordinanza del 15 novembre 2018 del Tribunale di Reggio Calabria, ordinanza con cui ha confermato in sede di riesame quella del Gip del Tribunale di Reggio Calabria (15 ottobre 2018) con cui gli era stata applicata «La misura cautelare della custodia in carcere per la partecipazione con ruolo apicale all’associazione di ‘ndrangheta costituita dalla cosca Alvaro».
Nella sua difesa, Alvaro ha rilevato «Come il Tribunale avesse indebitamente dato rilievo a generiche dichiarazioni, riguardanti profili marginali o inconferenti, di due collaboratori di giustizia, Mantella e Agresta», e «Al contenuto di una conversazione intercorsa con Antonio Alvaro, inidonea a dar conto dell’intraneità del ricorrente, ma incentrata piuttosto sulla celebrazione da parte del Domenico della propria persona sulla base di mere millanterie, relative ad attività svolte in Chivasso».

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Rigettato il ricorso

Nel rigettare il ricorso come «inammissibile», la Suprema Corte ha ribadito come il tribunale abbia dato rilievo alle «Dichiarazioni di due collaboratori di giustizia, Mantella e Agresta, i quali hanno fatto riferimento all’attivo inserimento del ricorrente in affari illeciti riconducibili alla cosca Alvaro e al possesso da parte del ricorrente della dote di padrino». Domenico Alvaro, già condannato con sentenza irrevocabile in relazione al riconoscimento della sua organicità alla cosca, «Svolgeva un ruolo attivo e di primario rilievo all’interno dell’articolazione insediatasi a Chivasso, peraltro in rapporti con la casa madre e con i suoi esponenti, avendo il ricorrente fatto riferimento (…) alla posizione che egli si era conquistato, alle attività illecite svolte, alle regole alle quali si atteneva, cercando di non dare nell’occhio, alle strategie elaborate».
Sicuramente c’è riuscito, a non dare nell’occhio, dato che la notizia del suo coinvolgimento nella «Iris» è arrivata in città come un fulmine a ciel sereno.
«Va rimarcato come – concludono i Giudici – contrariamente agli assunti difensivi, il Tribunale abbia dato conto del ruolo apicale in concreto svolto dal ricorrente, che aveva assunto una posizione di vertice nell’articolazione di Chivasso, tanto da diventare un punto di riferimento per altri soggetti gravitanti nella ‘ndrangheta, insediatasi in quei territori, posizione peraltro coerente con la dote di padrino che il ricorrente possedeva in base alle dichiarazioni del collaboratore Agresta».

Legato anche ai biglietti della Juve

L’ordinanza, pur nella sua complessità, cita anche una serie di personaggi che avrebbero aiutato Domenico Alvaro, legami emersi anche da intercettazioni in una carrozzeria di Brandizzo. E il nome del chivassese spunta anche in una nota della Squadra Mobile di Torino, che cita il suo interessamento ad ottenere «Una parte degli ingenti guadagni derivanti dalla spartizione dei biglietti messi a disposizione dei gruppi ultras da parte della Juventus».