Omicidio Gugliotta, la moglie: “Hanno ucciso per la seconda volta mio marito”. E’ questa la reazione della donna dopo la lettura della sentenza oggi, mercoledì 20 marzo.

Omicidio Gugliotta

E’ stata pronunciata dopo le 13,30 di oggi, mercoledì 20 marzo, la sentenza per il processo contro Khalid De Greata, il giovane profugo nigeriano imputato per l’omicidio del papà settimese di 51 anni ferito mortalmente a colpi di coltello il 15 ottobre 2017 tra le bancarelle del Suk di Torino. 12 anni la pena inflitta dal Giudice Stefano Vitelli che non ha riconosciuto l’aggravante dei futili motivi, poiché nel corso del procedimento non sarebbe stato possibile risalire e individuare il fattore scatenante dell’aggressione mortale. L’assassino, da ben due perizie, era stato ritenuto seminfermo di mente.

LA SENTENZA

La reazione della famiglia

La famiglia, attraverso il suo legale fa sapere:

“Hanno ucciso mio marito per la seconda volta”, “la giustizia non esiste”, “una vergogna”. Sono sconfortati e disperati i commenti della vedova di Maurizio Gugliotta dopo aver ascoltato, incredula, la sentenza che ha condannato l’assassino del marito, il 27enne profugo nigeriano Khalid De Greata, a soli 12 anni. La pronuncia, con singolare, contestuale lettura delle motivazioni, quest’oggi mercoledì 20 marzo 2019, in Tribunale a Torino, da parte del giudice, dott. Stefano Vitelli, ha scatenato la rabbia dei familiari: in aula c’erano sia la moglie sia i tre figli del 51enne operaio di Settimo Torinese.

Il Pubblico Ministero titolare del fascicolo, dott. Gianfranco Colace, aveva chiesto l’ergastolo per omicidio aggravato dai futili motivi e per il tentato omicidio dell’amico che, quel maledetto 15 ottobre 2017, si trovava con la vittima al mercato del libero scambio di Torino, richiesta a cui si sono associate le parti civili che rappresentano i congiunti di Gugliotta. Ma alla fine si è arrivati a una condanna molto mite e parsa del tutto inadeguata per la gravità ed efferatezza del crimine commesso.

Decisivo, come si paventava, il peso della seminfermità mentale riconosciuta all’imputato da due perizie psichiatriche e sulla base della quale è stata esclusa l’aggravante dei futili motivi: l’improvvisa aggressione coltello in pugno da parte del rifugiato nei confronti dei due amici, di cui neanche il superstite ha saputo fornire una spiegazione (il killer si è giustificato asserendo di essersi sentito “offeso”), è stata in pratica attribuita alla patologia paranoide da cui sarebbe affetto De Greata.

Il giudice ha quindi applicato il massimo della pena prevista per l’omicidio non aggravato, 24 anni, ha sottratto il massimo previsto per la seminfermità, ossia un terzo, otto anni, ne ha aggiunti due per il tentato omicidio, arrivando a 18, e ha ridotto di un terzo per lo sconto di pena determinato dalla scelta del rito abbreviato: risultato, 12 anni. Troppo pochi per la famiglia Gugliotta, che se ne aspettava ben di più, e a poco vale a lenire il loro dolore il fatto che, finita di scontare la sua condanna, l’imputato sarà sottoposto ad altri tre anni di misura di sicurezza in una struttura psichiatrica, da cui potrà uscire solo se e quando non sarà più ritenuto socialmente pericoloso.

Il giudice ha anche stabilito una provvisionale immediatamente esecutiva di 150mila euro per la moglie e per ciascuno dei tre figli di Gugliotta, 600mila in tutto, peccato che il giovane nigeriano sia nullatenente, e il che Fondo Vittime da crimini violenti dello Stato, oltre alle difficoltà per accedervi, preveda come risarcimento massimo la bellezza di poco più di settemila euro: l’ennesima beffa.

Non è possibile, non è giusto, non possiamo accettare una pena del genere, così vergognosa: abbiamo tanta rabbia, un dolore indescrivibile – ha commentato un paio d’ore dopo, a mente un po’ più fretta, la vedova, Carmela Caruso – Cosa sono dodici anni? Te li danno se vai a rubare, ma qui è stata ammazzata una persona, un padre di famiglia. Hanno ucciso mio marito un’altra volta e noi con lui”.