Al Pronto Soccorso di Chivasso i pazienti restano per giorni e giorni in barella.

Pronto Soccorso

Al Pronto Soccorso i pazienti restano per giorni e giorni sdraiati in barella. Infatti, la situazione idilliaca riscontrata il giorno di Pasqua dall’assessore Claudio Moretti nel Nuovo Pronto Soccorso lascia perplessa l’ambientalista Margherita Rosso.

La situazione

Rosso spiega il motivo della sua denuncia: «Quella che ho visto io non era la stessa sala che ha visto il dottor Moretti. Purtroppo. Quando ho scritto di stanzoni grandi come i vecchi lazzaretti, non mi riferivo a nuove strumentazioni, che certo non possono mancare in una struttura nuova, anche perché nel vecchio c’erano strumenti vecchi e mal funzionati a partire dagli ecografi. Ciò che intendo mettere in evidenza, caro dottor Moretti, è la spersonalizzazione e la disumanizzazione dei pazienti».
E scende nel dettaglio: «Ci sono spazi grandi è vero: allora perché uomini e donne continuano a stare insieme?
Questo non è essere un ospedale all’avanguardia, questa è una promiscuità che non rispetta la dignità e la privacy delle persone, soprattutto degli anziani. Non è e non deve essere una concessione dei vertici sanitari il fatto che un paziente abbia al fianco un parente. Deve essere una risorsa che i sanitari sappiano gestire: le necessità primarie come portare un pappagallo o aiutare durante i pasti».

La sua testimonianza diretta

«Io il Pronto Soccorso lo frequento tanto, e ho visto in prima persona come e quando sono poi stati ammessi alcuni parenti.
C’è stata un insorgenza popolare, tanto che la direzione ha poi ringraziato le segnalazioni e ha rettificato la propria posizione. Dunque se è giusto decantare il bello, è obbligo descrivere le difficoltà.
In Obi ormai non si sta più solo il necessario per esser dirottati o dimessi. Si sta parecchi giorni, sulle barelle, con il sacchetto degli effetti personali sotto, questa è la realtà. I parenti sono esclusi, questa è la realtà. E le testimonianze continuano a esserci» dice Rosso.

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Alcune criticità

Punta il dito contro alcuni paradossi: «Nella sala d’aspetto del pronto soccorso la televisione è stata collocata al contrario: alle spalle delle sedie degli utenti invece che di fronte. I locali del pronto sono un labirinto dove chi arriva di corsa, ansioso, preoccupato, finisce di confondersi: ma chi l’ha progettato?
E perché non dire anche qualcosa sul repartino di psichiatria, che anni fa era stato preparato in modo bellissimo e funzionante per una decina di letti, che negli anni è stato demolito e che ora ha la capienza di quattro posti letto su un territorio cosi grande come il nostro. Gli operatori sono disperati e demoralizzati. I pazienti sono borderline, mandati a casa.. Provare per credere…».
Sostiene che non basta un paravento a risolvere problemi di privacy.
E ancora: «Non è un ecografo nuovo a far si che un ospedale sia all’avanguardia. Sono le persone, quelle che fanno il lavoro. Sono le direzioni che hanno responsabilità.
Gli infermieri, i medici, le OSS, in gran parte stanno lavorando al massimo delle loro potenzialità e non possiamo che ringraziarli.La testa comanda al braccio».

La raccolta firme

Conclude: «Intanto noi continuiamo a raccogliere firme da portare a Saitta e Ardissone per il nostro ospedale, perché venga protetto e tutelato. Non è consolante pensare che le criticità del nostro ospedale sono più o meno come quelle di tutti gli altri. Non è nemmeno accettabile.
Mio nonno mi ha trasmesso la grande passione per lo studio e quando portavo a casa un sei giustificando me stessa che tutta la classe era sullo stesso livello, era allora che mi castigava, spronandomi a far meglio e a trainare gli altri».